28 ottobre 2009

Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro
Enrico Brizzi (Mondadori 2007)

Enrico Brizzi ricalca le orme del leggendario pellegrino Sigerico lungo l’antica via Francigena e ci scorta con realismo a tratti suggestivo e inquietante, a tratti paradossalmente fiabesco, attraverso le mille miglia di ardui sentieri e splendidi paesaggi che si susseguono a colmare l’impervia distanza tra Canterbury e Roma. E che egli stesso ha stoicamente coperto solo pochi mesi fa in compagnia di un’improbabile truppa dipinta con affetto e leggerezza nelle pagine del romanzo.

Molta carne al fuoco, a partire dalle motivazioni che da sempre spingono l’uomo a intraprendere un cammino: ricerca di se stesso, fuga, ringraziamento, desiderio di evasione.

Brizzi non è interessato a stilarne una classifica su parametri di nobiltà, ed infatti tutti i personaggi che incontriamo hanno pari dignità e mai vengono sottoposti a giudizi di valore.

Seduce la figura di Elvio il Longobardo, giovane idealista mangiainsalata e imperdonabile filantropo per cui vivere è a priori un’esperienza “spaziale”, persino laddove imponga ruoli da runner di redazione.

Intrigano i silenzi di Galerio, fotografo superstizioso alla ricerca di se stesso le cui scamosciate ultraleggere da maratona e la lunga chioma da corsaro contribuiscono a restituirne un’immagine mitica, quasi sfuggente; uno di quelli per cui “il problema è sempre un altro”, totalmente allergico a mappe e cartine e assente nella presenza come solo i fotografi sanno essere…

Costringono a sorridere ed inteneriscono le genuine impennate di Leo Pagani, fabbricante di tritacarne e utensili da cucina cinico e pragmatico, in fuga dai fantasmi cinesi e sempre pronto a sputare improperie impastate con il fumo spesso delle Lucky Strike.

A pilotare la ciurma il nostromo, il narratore in seconda persona cui viene affidato il ruolo di leader silenzioso ma non troppo. Solo a poche pagine dalla fine Brizzi ci svela i motivi del suo pellegrinaggio e suggerisce la metafora del viaggio come ringraziamento, come inno alla vita sobrio ma profondo, forse laico perché l’essenza è nel gesto e nell’atto in sé e non nel destinatario.

Difficile leggendo il romanzo non tornare con la mente a Stand By Me (R. Reiner, 1986), film in cui la macchina da presa dipinge magnificamente quattro adolescenti americani alla ricerca del loro passaporto per l’età adulta.. “Sempre pronti a partir dove chiama il destin”, recitava la vecchia marcia di guerra…

Infine Bern lo Svevo, il pellegrino dalle braccia di inchiostro che “appare all’improvviso come il folle guardiano che custodisce il senso di tutti i viaggi”. I suoi occhi glaciali, il suo fanatismo, la sua intransigenza e i suoi gesti folli inquietano e fanno rabbrividire; la sua ingenua purezza e l’ombra della sue sofferenze colpiscono al cuore. Sono i suoi repentini cambi d’umore a turbare l’animo del lettore e a costringere i compagni di viaggio ad aprire una nuova finestra sul mondo, a guardare e a guardarsi con occhi diversi.

Le tensione narrativa si accumula man mano che il gruppo affronta i sentieri alpini: mentre gli azzurri di Lippi sferrano l’assalto alla Coppa per antonomasia, la truppa scruta dalle pendici l’imponente e minacciosa sagoma del Gran San Bernardo. E sale. La quota altimetrica aumenta inesorabilmente, nuovi pellegrini affollano il percorso, l’ossigeno nell’aria diminuisce…

Quando ci ridestiamo il viaggio è già concluso.

Ci sembrerà di scorgere Leo in trincea già dalle prime luci dell’alba e forse lo sentiremo imprecare contro il mondo come un forsennato… Elvio tornerà in redazione, o forse no. Il nostromo batterà sentieri per i suoi tre figli e Galerio se la caverà, perché uno come lui se la cava sempre. Ciascun lettore riporrà “Il pellegrino” e tornerà ai propri impegni, perché tutti i libri una volta letti finiscono a prender polvere su qualche scaffale. È giusto così.

Brizzi è ormai un uomo maturo e consapevole: sa che la Bibbia è già stata scritta, sa che l’uomo è per natura poco incline ad ascoltare prediche e sa che “la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio…,se non può più dare il cattivo esempio”.

Pone questioni importanti, con garbo e leggerezza. Ci invita a sgomberare la mente da ogni pregiudizio e a non fermarsi mai alle apparenze; ci stimola a liberarci dallo scetticismo e dalla paura che ci assale ogni qual volta ci troviamo di fronte al “diverso”, a qualcosa (o qualcuno) che esuli dai nostri schemi mentali e venga a minare le nostre certezze. Allo stesso tempo ci allerta ad esser vigili e a cercare la verità senza farcela imporre, perché il male può celarsi anche dietro l’integerrima divisa di capo boyscout. Ci suggerisce il dialogo e la conoscenza , perché dietro ogni volto, persino quello agghiacciante di Bern, c’è una storia che forse merita di essere ascoltata. L’autore sa che Brigida fa inesorabilmente rima con frigida, e si diverte a porci il tranello. Sta a noi non cascarci!

E poi c’è il perdono: “Quando sbagliano, gli uomini non hanno bisogno di un’altra punizione , ma di una mano che li aiuti a risollevarsi”. Il pensiero di Bern assieme alla figura tenera e rassicurante di padre Martin continueranno a ronzare nelle nostre orecchie e a sussurrarci parole di comprensione. Operazione lecita, quella di Brizzi? Crediamo di sì…

Infine, un invito sottile all’autointrospezione: in tutti noi c’è un bambino ingenuo, un commerciante scettico, un fotografo distratto. E un pellegrino misterioso, che angoscia e spaventa ma con il quale dobbiamo avere il coraggio di fare i conti. Ognuno invoca il proprio spazio, richiede attenzioni. A volte Leo strilla troppe forte, e diventiamo precipitosi. Elvio si indigna, e ci blocchiamo. Bern ci tenta, e fingiamo di ignorarlo. Trovare il NOSTRomo significa in primo luogo diventare consapevole di quanti siano gli inquilini del nostro palazzo, di quanto essi siano diversi, confusionari, caotici. E poi, aiutarli a comunicare tra loro, con reciproca considerazione e rispetto. Facile a dirsi, difficile a farsi. Ma, suggerisce Brizzi, se ci riescono Elvio e Leo c’è da essere ottimisti!

Scritto per noi da NiK

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